Stabilità occupazionale futura nei permessi per lavoro: base giuridica o costruzione amministrativa?
C’è una nuova formula che circola con sempre maggiore frequenza nei procedimenti in materia di immigrazione.
Non è scritta nella legge né definita nei regolamenti, eppure viene utilizzata per respingere istanze.
La si ritrova nelle valutazioni consolari: assenza di stabilità occupazionale futura.
Una formula apparentemente neutra, ma profondamente problematica.
Il fatto
Il cittadino straniero presenta una domanda formalmente corretta: il contratto di lavoro esiste, il datore di lavoro è legittimato, i requisiti economici sono rispettati.
Eppure il procedimento si arresta.
La motivazione non riguarda un requisito mancante ma semplicemente una proiezione.
Secondo l’amministrazione, il rapporto di lavoro non garantirebbe una continuità sufficiente nel tempo.
Non perché la legge lo richieda ma semplicemente perché l’amministrazione ritiene che il futuro sia incerto.
È qui che nasce il corto circuito.
L’errore invisibile dell’amministrazione
Il diritto dell’immigrazione è un diritto amministrativo vincolato.
L’amministrazione deve verificare requisiti tipizzati: non può crearne di nuovi, non può sostituire la verifica oggettiva con una valutazione prognostica arbitraria.
La stabilità occupazionale futura non è un requisito giuridico ma una categoria valutativa costruita nella prassi.
Una costruzione che sposta l’asse del procedimento da ciò che è dimostrabile, a ciò che è ipotizzabile.
Il risultato è evidente: il potere discrezionale si espande oltre il perimetro normativo.
Dove la legge non parla di futuro
La normativa sui permessi per lavoro richiede elementi chiari:
– un contratto valido
– una retribuzione conforme
– un datore di lavoro legittimato
– il rispetto delle condizioni di ingresso e soggiorno
Nessuna disposizione impone di dimostrare che il rapporto durerà abbastanza.
Nessuna norma chiede una garanzia di stabilità futura.
Il lavoro subordinato, per sua natura, è esposto a cessazione; pretendere una stabilità ulteriore significa introdurre un requisito non scritto.
Il problema europeo
Questa prassi non è solo un problema nazionale.
Quando l’amministrazione utilizza criteri non normati per limitare l’accesso al soggiorno per lavoro, incide direttamente sulla libertà di circolazione dei lavoratori, sulla prevedibilità del diritto e sull’affidamento del cittadino straniero.
Il diritto europeo richiede regole chiare, accessibili, prevedibili.
Una valutazione fondata su concetti indeterminati e non codificati mina la certezza giuridica.
Perché questa formula è pericolosa
Perché non è controllabile, non è misurabile. né contestabile sul piano fattuale.
Come si dimostra la stabilità futura? Con quali parametri? Secondo quali soglie?
Ci troviamo dinanzi ad un criterio non normato, che potrebbe generare l’opacità del procedimento.
Tutto ciò, nel diritto amministrativo, è sempre un campanello d’allarme posto che quando l’amministrazione giudica il futuro senza una base normativa, non sta applicando la legge ma sta riscrivendo le regole del gioco.
Questo, nel diritto, non è mai neutrale.